Tra la città e i corpi che la abitano esistono rapporti non sintetici,

antihegeliani. Sono elementi che si tagliano e condizionano in maniera

particolare: la città è il luogo di corpi "costretti" nello stesso

spazio, assieme, ma non sugli stessi piani; corpi e macerie si

determinano a vicenda. Il corpo non è più comprensibile senza la

comprensione degli spazi nei quali è costretto/si costringe a vivere. La

città è l'insieme delle prospettive da cui osservarlo.

 

 

La città a più dimensioni

 

 

Bene o male, [la città] vi invita a rifarla, a consolidarla in una forma in cui voi possiate vivere. Anche voi. Decidete chi siete, e la città assumerà nuovamente una forma fissa intorno a voi. Decidete che cos'è, e la vostra stessa identità sarà rivelata, come una mappa definita da una triangolazione. Le grandi città a differenza dei villaggi e delle cittadine, sono per loro natura plastiche. Noi le modelliamo a nostra immagine; esse, a loro volta ci foggiano con la resistenza che offrono quando cerchiamo di imporre la nostra forma personale. [&ldots;] La città che immaginiamo, la città mobile e malleabile dell'illusione, del mito, delle aspirazioni, degli incubi, è reale, forse più reale della città fissa che troviamo sulle carte geografiche e nelle statistiche , negli studi di sociologia urbana, di demografia, di architettura.

(Jonathan Raban, Soft City, Londra 1974, pp.9-10).

 

 

La città è produzione di segni e immagini, di rappresentazioni che rimpiazzano continuamente se stesse, che sedimentano, che macerano dando senso e oblio alle successioni tumorali. Le immagini non ritornano mai se non per citazioni mitiche, senza oggetto, trascendendo in qualche modo obsolete contingenze. L'oggetto è sempre assente perché non guadagna mai abbastanza tempo, non resiste alle erosioni, lascia solo labili tracce che si prestano a leggende, a planimetrie, a modelli. La leggenda, il mito non hanno scorza per resistere alla velocità del tempo e lasciano il vuoto ad altri riempimenti. Ogni parola si deteriora, si deterritorializza, alla velocità della luce e viene rifecondata e rifondata da forze neghentropiche. L'assenza si ritrae e lo spazio guadagna nuove presenze, nuovi racconti, nuove narrazioni, nuove citazioni: la città è continua deterritorializzazione e territorializzazione, sono sempre nuove le parole che la descrivono, che ne incidono i percorsi.

La città, estensione senza direzione, è costruzione di altezze, scavo in profondità, gerarchia di livelli, taglio di piani. La città non vive che per sovrapposizioni che maturano e deteriorano senza soluzione, senza alcun circolo, senza ritorno. Le sovrapposizioni non creano mai stratificazioni ampie, espanse: sono puntiformi, spilli sul terreno senza ordine e relazione, senza alcun livello comune. Le altezze non sono confrontabili, sono sempre diverse e non accettano che in due punti possano essere legati due livelli, paragonate due profondità. Nella città palazzi, siepi, muri, piloni, alberi si stagliano dappertutto contro l'alba e il crepuscolo; sul terreno restano distese ombre, proiezioni, rappresentazioni, triangolazioni. L'orizzonte della città può anche essere - negli attimi reazionari di cristallizzazione, di equilibrio precario - una caverna, falso spazio per direzioni, illusorio percorso per promenade: spazio totalitario e paranoico, coerente ed illusorio, statico, granitico. Una dialettica antihegeliana continua e senza sintesi conquista tutti gli spazi.

L'orizzonte, il passato e il futuro (sforzi di proiettare e di mantenere il presente nel ricordo e nella speranza) cercano di imbalsamare ogni passaggio, ogni trasformazione, ma una babele di piani infiniti racconta sempre storie con parole diverse, una sintassi singhiozzante rigetta continuamente i corpi sempre estranei che si accostano per farle parlare, si muove, muore, rinasce, vomita, sussulta, erutta, racconta e dimentica, ironizza su se stessa, filosofeggia, mente, sputa, mangia, si affanna, riesce comunque a parlare, vive. Il passato è sempre ricostruito e reinterpretato, ripreso e citato in maniera nuova, per funzioni e scopi sempre nuovi; il futuro non accetta mai le previsioni strutturali, si adatta alle contingenze di ogni presente. Lo spazio e il tempo sono talmente compressi da non prestarsi a territorializzazioni persistenti. La velocità con la quale si consuma la crescita del tasso marginale di profitto è la velocità di ogni erosione fisica e mentale dei palazzi, delle strade, dei vicoli e della loro percezione. Persino luoghi che cercano di sottrarsi a qualsiasi obsolescenza (cercando di arginare qualsiasi penetrazione esterna non autorizzata, qualsiasi ri-fecondazione) come prigioni, manicomi, ospedali, università, scuole, studi di psichiatri, fabbriche si piegano prima o poi alle intrusioni, subiscono ripianificazioni, ristrutturazioni, abbellimenti architettonici. La crisi, latente in maniera strutturale in ogni angolo, si mostra di tanto in tanto scoppiando lì dove meno elastiche sono le costruzioni, meno agili i piani, arrugginiti gli ingranaggi, più alti i cancelli, più rare le chiavi.

 

Nella città una territorialità, per alcuni aspetti ancora feudale, si taglia con una territorialità capitalistica che necessità di deterritorializzazioni e territorializzazioni continue. La promenade schizoide, il pensiero critico, ironico, filosofico, qualsiasi ridefinizione linguistica sono possibili perché è possibile inserire corpi estranei (grimaldello di trasformazioni) negli interstizi, farli agire nei passaggi, approfittare dei cambiamenti.

La città che mostra questa storia è la Berlino di Wenders (cfr. David Harvey, La crisi della modernità, Milano 1993, pp. 375 - 393). Il cielo sopra Berlino mostra la sur-visone dei pezzi, dei piani, dei discorsi senza sintesi, la schizofrenia dei passaggi e dei tempi. Lo sguardo feudale degli angeli (continuo, eterno, omogeneo, puro, monocromatico, globale, impotente, castrato, trascendente) osserva le effimere frammentazioni terrestri, le parole in lingue diverse, i luoghi isolati all'interno di labirinti, gli spazi contingenti, i pezzi incompleti, i tempi eterogenei, gli uomini nomadi e senza radici: la persistenza dello sguardo feudale si contrappone alle continue deterritorializzazioni capitalistiche, i tagli sono infiniti, le sovrapposizioni dei piani incessanti. Il cielo si specchia senza riconoscersi affatto sulla città, inutilmente oppone la sua unitarietà illuministica alla molteplicità chiaroscurata delle incisioni, delle strade, dei palazzi, delle gallerie, delle cantine.

C'è anche una differenza sonora: il silenzio assoluto si oppone al rumore, alle voci che non si incontrano, alle voci che si parlano, alle musiche, alle canzoni, ai ritornelli, alla dodecafonia schonberghiana che ogni corpo realizza facendo vibrare la propria carne attraverso la freneticità dei movimenti.

 

 

La città è segno del paradosso rivoluzionario del capitalismo borghese, unico luogo che permette definizioni linguistiche sempre nuove, che offre il fianco al limite, alla sua trasgressione:

 

L'epoca borghese si distingue da tutte le epoche precedenti pel continuo mutamento nella produzione, per l'incessante variabilità di ogni condizione sociale, per l'incertezza e il movimento perpetuo da essa creato. La borghesia ha fatto crollare tutti i rapporti stabili e tradizionali nelle norme e le opinioni rese venerabili dall'età, e fa si che i rapporti nuovi invecchino ancor prima di prendere sostanza. Tutte le gerarchie e tutte le norme vanno in fumo, ogni cosa sacra è sconsacrata. Epperò gli uomini sono costretti a rendersi finalmente conto esatto delle loro condizioni di vita e della loro posizione sociale [Marx e Engels, Manifesto del partito comunista, trad. it. Torino, 1934, pp. 59 -60].

 

L'ovvietà evidente della città come unico spazio possibile per trasgredire, per andare oltre, per passare il guado, si traduce nell'unica istanza filosofica consistente: la dissertazione sui margini.


Nota sull'autore (Bruno Ventre):

Studioso dei mezzi di comunicazione, ha collaborato alla rivista

culturale "Lo stato delle cose" (Oedipus edizioni)e ha diretto il

collettivo situazionista "La locomotiva". Ha studiato a Parigi

approfondendo le sue ricerche su Deleuze, Guattari e Foucault.

Attualmente sta scrivendo un saggio sul corpo e le interfacce